Martedì. Sei del pomeriggio.
Sono a casa, sto lavorando. Sto “vivendo il sogno”.
Ma sto anche parlando “con me stesso” da svariate ore, senza aver sentito una voce umana, senza aver ricevuto un feedback, senza sapere se quello che sto facendo ha senso o meno.
Non è una brutta giornata.
È una giornata normale.
Ma questa normalità a volta spaventa.
Cosa non si racconta su Linkedin
Essere solopreneur, sulla carta, ha una narrativa bellissima.
Libertà, autonomia, costruire qualcosa di tuo, nessun capo, nessuna dipendente.
E tutto questo è vero.
Ma è vero anche il resto. Quello che raramente appare nei post di LinkedIn o nelle newsletter entusiaste.
La solitudine non è romantica, è concreta.
Non avere qualcuno con cui ragionare ad alta voce, con cui sfogare una frustrazione, con cui festeggiare un risultato. E tutto questo, pesa.
Più di quanto ci si aspetti, soprattutto se vieni da un contesto lavorativo con un team o, come nel mio caso, sei un “animale sociale”.
L’assenza di feedback è disorientante.
In un’azienda, anche imperfetta, c’è sempre qualcuno che ti dice come stai andando.
Da solo, devi costruirti quel meccanismo da zero. E finché non lo hai, lavori spesso nel buio, senza sapere se stai andando nella direzione giusta.
Il rischio di lavorare troppo è concreto, e anche molto subdolo.
Non perché sei per forza un maniaco del lavoro. Ma perché quando fai qualcosa che ami, i confini si sfumano. Inizi una cosa e continui. Continui ancora.
E a un certo punto non sai più se stai lavorando per costruire o per evitare di fermarti.
Non problemi, ma tensioni
Ho impiegato un po’ a capirlo.
Cercavo soluzioni definitive: il tool giusto, la routine perfetta, il sistema che avrebbe eliminato queste parti scomode.
Ma non esiste una soluzione che li faccia sparire.
Esistono pratiche che ti aiutano a conviverci.
Per la solitudine: ho cercato comunità intenzionali. Non networking generico, ma persone che stanno costruendo cose simili, con cui confrontarsi con onestà. Il podcast che ho iniziato anni fa, il Mastermind che ho raccontato in un numero precedente, Sud Digitale che da 3 anni porto avanti. Sono nati esattamente da questo bisogno. Anche l’allenamento all’aperto fa parte di questa categoria. Aria aperta, mare a pochi metri e un gruppo di persone attive quanto me alle 6 del mattino con cui passare dei momenti di leggerezza.
Per l’assenza di feedback: ho costruito piccoli rituali di revisione. La revisione settimanale non è solo un check operativo, è anche il momento in cui mi chiedo come sto, non solo cosa ho fatto.
Per il rischio di lavorare troppo: ho imparato a difendere il tempo libero prima di quello lavorativo. Nel calendario, il riposo viene segnato per primo. Non è un lusso, è una questione di sopravvivenza.
La parte che nessuno ti dice davvero
Lavorare da soli richiede una maturità emotiva che nessun corso ti insegna.
Devi imparare a motivarti quando nessuno ti guarda. A fermarti quando tutto ti spinge ad andare avanti. A celebrare i risultati anche senza applausi. A reggere l’incertezza senza che qualcuno ti rassicuri.
Non è per tutti, e non c’è nulla di sbagliato in questo.
Ma se hai scelto questa strada, o stai pensando di farlo, vale la pena entrare con gli occhi aperti.
Non per spaventarti.
Per prepararti.
Cosa mi ha tenuto in piedi
Ci sono tre cose che hanno fatto la differenza:
La chiarezza sul perché
Quando sai cosa stai costruendo e per quale vita lo stai costruendo, i momenti difficili hanno un contesto. Non spariscono, ma non ti travolgono.
Un sistema che mi sostiene anche quando io non ho energia
I processi, la pipeline, la gestione degli incassi. Non li ho costruiti solo per efficienza. Li ho costruiti perché nei giorni in cui non avevo voglia, il sistema va avanti lo stesso.
Le persone giuste vicino
Poche, scelte con cura. Ma presenti.
Il lato oscuro c’è, è reale.
Ma non è un motivo per non scegliere questa strada.
È semplicemente qualcosa da mettere in valigia, insieme a tutto il resto.